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Il mito della famiglia ideale è sempre frutto del pensiero delle classi molto conservatrici. In realtà non esiste la famiglia ideale, ma esistono famiglie diverse.

Fondazione Merz, Torino 2010

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Con Messico famigliare, gioco di parole con Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, che nel 1963 pose al centro le relazioni espressive interne alla famiglia, gli artisti portano la riflessione sulla relazione tra esotico e famigliare e affrontano il tema complesso e delicato della famiglia nella società italiana contemporanea. Partendo da un’analisi che trae spunto dal confronto tra la memoria delle proprie origini e la loro recente esperienza di genitori adottivi, gli artisti si interrogano inoltre sulla natura della famiglia “mista” che si confronta con il contesto sociale di un paese che dimostra sempre più diffidenza verso la diversità.

Il modo in cui ci piacerebbe affrontare la mostra è quello di considerarla come una sorta di lettera a nostra figlia, nella quale raccontare un poʼ di noi stessi, del nostro passato, della società in cui viviamo, del nostro lavoro di artisti.

(Ottonella Mocellin – Nicola Pellegrini)

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Un gruppo di bambini e bambine in età prescolare viene coinvolto attivamente alla realizzazione dell’opera d’arte, attraverso una serie di laboratori condotti dagli artisti stessi insieme al Dipartimento Educativo della Fondazione.

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Il laboratorio, dal titolo Little boxes, è inteso come parte integrante e cuore pulsante della mostra e lo spazio in cui si svolge si modifica progressivamente. L’idea è quella di considerare la mostra non come un progetto finito, ma come un processo vivo e aperto a differenti possibilità e molteplici interpretazioni.

I bambini e le bambine, invitati a riflettere sull’idea di casa e sul loro rapporto con lo spazio domestico, raccontano così la loro quotidianità famigliare, progettando e decorando ognuno una casetta di cartone.  Alla fine degli incontri ogni bambino e bambina porterà con sé la propria casetta, come ricordo ed appropriamento del processo artistico condiviso. Il lavoro svolto durante i 6 incontri è esposto al pubblico in un finissage in cui è stato presentato il catalogo della mostra.

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Al piano terreno della Fondazione, insieme al laboratorio, si trova l’installazione Messico famigliare: una struttura rovesciata e adagiata al suolo, ingrandimento della classica casa giocattolo dei bambini, composta da 4 pareti e un tetto spiovente.

La casa rovesciata, nella sua instabilità e precarietà, è intesa come metafora, nonché critica dell’idea tradizionale di famiglia, che spesso viene rappresentata all’interno delle solide mura domestiche.

Questa casa caduta, simbolo che rimanda al mondo dell’infanzia, è composta da pannelli di plexiglass specchiato all’esterno e dipinto di rosso all’interno. Sulle sue pareti sono incise a mano dagli artisti una serie di frasi cariche di luoghi comuni e pregiudizi legati al tema dell’adozione, che riflettono in maniera semplice e diretta i pregiudizi del pensiero comune.

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All’interno della struttura, una vecchia fonovaligia suona un vinile su cui è inciso un racconto sul tema dell’adozione con la struttura di una fiaba.

La contrapposizione tra esterno e interno da luogo ad una riflessione sulle problematiche legate alla formazione dell’identità, sulla questione genitoriale, sull’inserimento di un bambino di origine straniera e con tratti somatici differenti in una famiglia adottiva e in un contesto sociale che ha dimostrato di non essere sempre aperto alla diversità.

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Nello stesso spazio si trovano altri due tasselli del progetto, tracce riemerse dal lessico famigliare personale dei due artisti.

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Cosa volete bambini, Gas? Un’insegna luminosa che cita una frase detta soprappensiero dalla madre di Nicola a lui e suo fratello quando erano bambini.

Grazie per gli auguri, lightbox raffigurante il macabro autoritratto di una donna impiccata, fatto dalla madre di Ottonella a Natale del 1987. Sul disegno è leggibile la frase: ai miei figli, grazie per gli auguri, Natale 1987.

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In fondo alla scala che porta al piano interrato è posizionato un tappeto luminoso calpestabile che cita una delle prime frasi detta dalla figlia degli artisti: qui buio c’è perché? La frase è scritta sullo sfondo di un immaginario cielo stellato composto dall’unione delle costellazioni dei 3 membri della famiglia. Nell’immagine appare anche il disegno dei piedini della bambina, fatto a 4 mani con il padre. Questa sorta di cielo capovolto, che porta lo sguardo verso il basso, introduce, con una domanda semplice ma che rimanda ad una condizione esistenziale, l’intera installazione del piano interrato.

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Sulla parete di fronte si trova la video installazione dal titolo Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre. Il video, un montaggio di filmati d’epoca delle famiglie dei due artisti, è pensato come un racconto per immagini e parole ma anche vuoti e silenzi.

E’ un viaggio nella memoria, fatta di ricordi confusi e frammentati che riaffiorano dall’inconscio come un sogno, un’eredità affettiva da tramandare alle generazioni future.

Il lavoro nasce da una riflessione sulla complessa relazione tra memoria, ereditarietà, lascito e mortalità e sul motivo inconscio che spinge l’essere umano a diventare genitore. Il video intende inoltre indagare il complicato rapporto tra eredità biologica ed affettiva, questione imprescindibile nelle famiglie adottive o allargate.

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All’ingresso della fondazione, come memoria del lavoro laboratoriale svolto dagli artisti, sono proiettate a terra due immagini composte da una serie di frasi e disegni risultati da un laboratorio sulla città, realizzato con un gruppo di bambini e bambine della scuola dell’infanzia per il Museo d’Arte Contemporanea di Lissone.

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Dopo aver partecipato a Little Boxes i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia Borgo Crocetta in collaborazione con il Laboratorio Immagine2 di Torino, hanno realizzato un video in decoupage dal titolo I traslochi di Rosa Dao, in cui hanno raccontato la loro versione della storia di famiglia degli artisti.  Il lavoro, che non è parte del progetto messico famigliare, è la traccia dell’intenso scambio nato tra gli artisti e i membri più piccoli della comunità.