ecco il guaio delle famiglie

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Installazione site-specific e performance prodotte per la mostra “Questioni di famiglia” CCC Strozzina, Firenze, 2014.

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Nato da una riflessione sulle dinamiche famigliari con un’attenzione particolare alla questione dei non detti, del senso di colpa e della rimozione, questo progetto consiste in un’installazione composta da oggetti, immagini, tracce sonore e un intervento performativo. L’installazione consiste in una sorta di ambiente domestico decontestualizzato e ricreato all’interno dello spazio espositivo, in cui alcuni oggetti di uso comune sono affiancati ad immagini di oggetti disegnate a parete e ad oggetti (disegnati oppure reali) la cui funzionalità è inesistente o non più integra. L’insieme di questi elementi crea uno spazio che è allo stesso tempo accogliente ed inquietante, dove poter sostare per ascoltare dei frammenti di storie. Questa stratificazione di segni sottolinea la complessità dei rapporti e della comunicazione emotiva, che non è quasi mai semplice e diretta. Il lavoro è quindi inteso anche come area di sosta, luogo d’ascolto e di riflessione, dove diversi elementi si intrecciano per creare una narrazione complessa e sfaccettata, in cui frammenti di racconti privati vengono svelati in un luogo pubblico e dove poter prendere parte ad una performance.  

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I racconti che compongono le 3 tracce sonore presenti nell’installazione sono tratti da una serie di interviste sul tema della comunicazione all’interno della famiglia fatte ad alcuni membri dello staff del museo. Le interviste, trascritte e rilette dalla voce dei due artisti, sono rimontate per creare 3 apparenti dialoghi che ad un ascolto più attento si rivelano essere coppie di monologhi in cui le due voci si alternano e si interrompono a vicenda per riprendere il filo del discorso appena l’altro smette di parlare. Proprio come spesso accade in famiglia, sono due voci che parlano da sole senza prestare attenzione a quanto detto dall’altro. L’insieme delle tre tracce, situate in tre punti precisi dello spazio, forma una sorta di brusio confuso, che diventa comprensibile solo se ci si avvicina ad una postazione piuttosto che a un’altra. Una proviene dal tavolo da pranzo e si ascolta sedendosi attorno ad esso, la seconda è trasmessa da una radio situata davanti alla parete su cui è disegnata la libreria capovolta e la terza proviene dal giradischi appoggiato al tavolino di fronte al divano.

 

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Una quarta postazione consiste in una poltrona situata accanto un tavolino su cui è posto un telefono funzionante. Ad intervalli irregolari durante il periodo di apertura della mostra, il telefono squilla, mettendo in contatto diretto una persona del pubblico con uno degli artisti che telefona da casa sua per raccontare una storia legata al proprio vissuto famigliare, oppure per ascoltarne una. Questa performance non è documentata in nessun modo e gli artisti non conoscono l’identità di chi risponde al telefono. Lo scambio che avviene è quindi del tutto anonimo e casuale. Il pubblico che visita la mostra viene però informato del fatto che il telefono potrebbe squillare e chiunque lo desideri può rispondere alla chiamata. Questo atto performativo per una sola persona, complica ulteriormente la trama del racconto, rimettendo in scena la dinamica del dialogo (o del doppio monologo) attraverso una conversazione privata che ha luogo tra due persone che non si conoscono. La performance è anche intesa come strumento utilizzato dagli artisti per mettessi in gioco in prima persona, raccontando un pezzo di storia personale.

 

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I mobili utilizzati per l’installazione provengono quasi tutti dalla casa degli artisti, che, portando una parte di casa loro nel museo, si interrogano sul confine tra privato e pubblico, arte e vissuto personale, oggetto d’arte e oggetto di uso comune.

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